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Credo fosse la fine del 1988 quando Franco Lattanzi mi parlò per la prima volta di Harran. All’epoca sia io che lui andavamo spesso in Turchia in tarda estate, e a Lattanzi (lo chiamavamo tutti così, col cognome) non era naturalmente sfuggita la segnalazione che la Guide Bleu dedicava all’antico sito, posizionato a breve distanza dalla frontiera con la Siria, all’altezza della grande curva dell’Eufrate.

Castello di Harran

Castello di Harran

C’è un vezzo intellettuale tutto francese nel riuscire ad elaborare un dotto discorso a partire magari da un sasso, e la lunga nota su Harran del manuale di viaggio incarnava bene questo modello letterario. Ciò non significa che non sia possibile scattare laggiù qualche bella foto-ricordo: i caratteristici trulli dell’odierno villaggio pastorale di Acakale sorto a ridosso della zona archeologica, oppure i resti della fortezza citata da Lawrence nella sua tesi di laurea sui castelli dei Crociati sono immagini tali da giustificare il sacrificio di una trasferta non proprio comodissima. Ma al di là del fascino e delle suggestioni romantiche prodotti in genere dalle rovine c’era qualcosa di diverso e di più potente che si sprigionava, irresistibile, da quelle pagine. Anche se può sembrare banale dirlo, non esiterei a parlare nel nostro caso di una sorta di attrazione fatale, di ammaliamento.

Basilica di Harran

Basilica di Harran

Lattanzi pensava alla grande, e si attivò subito per dare corpo ad ambiziosi progetti: voleva realizzare un documentario con l’aiuto di un regista suo conoscente; abbozzò la trama di un romanzo su Harran e sul mistero dei Sabei, trascinandomi a questo scopo da un editore; mi coinvolse in una piacevole gita a Ferrara per vedere da vicino il famoso ciclo di affreschi a tema astrologico di Palazzo Schifanoia.
Io da parte mia mi misi a studiare le circa millesettecento pagine di Die Ssabier und der Ssabismus scritte da Daniel Chwolsohn alla metà dell’ ‘800, la sola monografia “moderna” in grado di offrire un’informazione completa e soprattutto rigorosa sull’argomento venticinque anni or sono.

trulli di Harran

Trulli di Harran

Passò del tempo prima che noi due ci decidessimo a partire veramente per Harran. Il viaggio in realtà non era stato programmato in anticipo e si rivelò non solo ricco di emozioni e di sorprese ma pure per certi aspetti divertente, anche perché eravamo in compagnia di Franchino, che viveva allora a Istanbul e faceva perciò gli onori di casa con la sua solita simpatia. Tralascio i particolari della laboriosa marcia di avvicinamento con i mezzi pubblici lungo la costa mediterranea, l’impervio canyon per Tarso, il ponte sull’Eufrate, Djarbakir. Ci sistemammo a Sanliurfa, l’Assisi turca, l’unico centro fornito di una qualche struttura ricettiva rinvenibile nelle immediate vicinanze di Harran, a quaranta chilometri. Ovviamente in un grande albergo, con terrazza panoramica e vista mozzafiato sull’abitato nonché sulla sottostante pianura del Balikh. Come ho già annunciato a Franco piaceva muoversi in grande stile, e non si tirava mai indietro quando si trattava di pagare, anche perché possedeva una carta di credito come la mitica American Express Gold che nessuno gli rifiutava mai e della quale andava quindi non a torto orgoglioso. La notizia che mi confidò candidamente alcune ore dopo ebbe però il potere di prendermi comunque di contropiede: la stampa e le autorità locali erano state avvisate del nostro arrivo, c’erano in programma interviste ed incontri istituzionali, senza contare la macchina con conducente messa subito a nostra disposizione. Non saprei dire che cosa fosse stato capace d’inventarsi: fatto sta che venimmo trattati come degli importanti studiosi in missione ufficiale dall’Italia. Membri dell’Accademia Nazionale dei Lincei? Professori emeriti dell’Università di Roma “La Sapienza”? Boh!

Bambini di Harran

Bambini di Harran

Ormai toccava stare al gioco, ma occorreva una certa dose di fantasia o di faccia tosta per non compiere passi falsi e fare così una figuraccia. Come quando il giorno dopo incontrammo un’equipe di serissimi Britannici alle prese con dei rilevamenti scientifici sul tell di Harran, con i quali per non forzare troppo la mano me la cavai sostenendo di essere un autore intento a scrivere una storia della città in chiave divulgativa. Che era poi più o meno la verità. Decisamente meno stressante il ricevimento organizzato più tardi dal sindaco di Atcakale in nostro onore: sotto una grande tenda, seduti a terra su tappeti e cuscini alla maniera beduina, il capo-clan ci offrì un banchetto davvero principesco, con tanto di liuti, flauti e tamburi a far da musica di sottofondo (si fa per dire!); ci doveva essere a un certo momento pure l’immancabile danza del ventre per chiudere in bellezza, ma potrei sbagliarmi anche perché di vino in quell’occasione ne scorse in abbondanza. L’integralismo islamico non aveva ancora fatto la sua comparsa in Turchia, e il paese ci teneva a dare prova dell’anima laica e filo-occidentale che aveva voluto infondergli alla nascita il padre della patria Kemal Ataturk.
Chiamare “memorabile” il pellegrinaggio del giorno seguente a Sumatar Harabesi non rende appieno l’idea. Il luogo, quanto mai isolato, si trova sulle brulle colline del Tek Tek, e per raggiungerlo bisognava percorrere una sterrata che ci fece ingoiare tonnellate di polvere. Ma ne valeva la pena, eccome. Perché più di essere arrivati al santuario lunare a cielo aperto che Sumatar in effetti rappresenta, la prima sensazione era quella di essere sbarcati invece, letteralmente, sulla Luna!

Franco Lattanzi

Franco Lattanzi

Non tardammo tuttavia a renderci conto che la località non era affatto priva di vita. I ragazzini di sangue arabo del posto, con le loro vesti rammendate e sgargianti, in pochi attimi ci avevano circondato festosi, conducendoci per pochi spiccioli lungo un itinerario che per essi non aveva segreti e che sapevano illustrare perciò con competenza, nonostante lo sparuto numero di forestieri in visita qui desse senza dubbio loro ben magre occasioni d’ esercitarsi. Pecore e capre ci tenevano compagnia o pascolavano sonnacchiose fra i monumenti. Nell’aria, immobile, echeggiavano in lontananza le nenie sempre uguali delle genti austere e libere del deserto.
È passata una vita da quei giorni. Lattanzi è sparito una notte d’aprile di sette anni fa durante una vacanza/convalescenza sull’isola di Ventotene in circostanze a dir poco strane: “Morte accidentale di un banchiere anarchico” titolò Panorama l’articolo pubblicato qualche tempo dopo in memoria di Sbancor (aveva assunto sulla Rete questo pseudonimo), e mi sembra una formula azzeccata per una caduta dalle scale dentro casa. Inutile precisare che dei suoi grandi progetti su Harran lui non ne fece nulla. Io però raccolsi il testimone, ma ancora oggi mentre lavoro alle mie ricerche sui Sabei mi trovo davanti talvolta gli occhi verdi e luminosi, lo sguardo aperto, dolce e malinconico del mio vecchio amico.

Immagine per sfondo