Morte di un banchiere anarchico

francoIl banchiere anarchico è morto. Così si definiva Franco Lattanzi, alto dirigente del gruppo Unicredit e agitatore della contestazione. Un epilogo, sull’isola di Ventotene, da sceneggiatura noir con caduta dalle scale e rottura dell’osso del collo. «Voleva stare da solo ed era andato nella casa del cognato» testimonia la moglie libanese Ghada Khalife. Nell’Abbazia di Fossanova le sue esequie, con rito religioso, si sono concluse con la deposizione sul feretro della bandiera dell’anarchia. A rimpiangere Lattanzi, 54 anni, sono
due mondi antitetici. Uomini di finanza ricordano le sue analisi da responsabile del centro studi del Mediocredito centrale. «Avendo funzioni di pianificazione strategica, assunse un ruolo chiave nel 1997 quando rilevammo il Banco di Sicilia» ricorda il suo vice Vladimiro Giacché, ora nella Sator con Matteo Arpe. «Era una persona preparata, ma non sapevo della doppia identità» racconta l’allora presidente Gianfranco Imperatori. Dall’altra parte c’è
l’intellighenzia della contestazione, gli scrittori Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Wu Ming e Bifo.
Un ambiente dove era conosciuto come Sbancor, alias che richiamava lo pseudonimo Bancor usato da Eugenio Scalfari e Guido Carli negli anni 70. Scriveva per il Manifesto e per siti dell’antagonismo (Rekombinant, Carmilla, Indymedia, A-info, Information Guerrilla).
Eclettico e prolifico, Lattanzi collaborava anche al mensile Finanza italiana, diretto dall’amico «fascista vecchio stampo» Giorgio Vitangeli, e a Wall Street Italia. Per l’area
ribelle della rete Sbancor aveva elevato il livello della controinformazione, con analisi che anticiparono l’intervento americano in Afghanistan e il conflitto israelo-libanese. Laureato in filosofia, ricercatore economico, analista geopolitico, Lattanzi era un’anima irregolare capace di scannerizzare e ricomporre le informazioni. «Era un atleta mentale» ricorda la moglie.
«Nel 2000 tornavo a Beirut dopo dieci anni e, pur non avendola mai vista prima, fu lui a indicarmi la mia casa».
Fisico tarchiato, amante del buon vino e accanito fumatore di sigari, Lattanzi non sembrava avere il physique du róle del rivoluzionario. Cosimo Scarinzi, 58 anni, torinese,
ricorda come già negli anni 70 si caratterizzò per il profilo intellettuale: «Ci chiamavano i mandarini». Lattanzi era sul confine tra antagonismo e istituzione: abito blu e felpa nera.
Pochi ne conoscevano i due volti. «Per me Sbancor era un’odierna Primula rossa» ricorda lo scrittore Sandrone Dazieri. «Nel 1999 gli portai da Londra una scatola di Cuaba» rievoca Giacché. «Mesi dopo Franco ricambiò con un libro di Sbancor, dove nell’incipit scriveva di aver ricevuto dei sigari da un amico di ritorno dall’Inghilterra. Lì capii».
La sua identità fu svelata su Indymedia la notte di San Silvestro del 2005 dal bancario-sindacalista Dario Mariani (sul web «Keoma»). Lui replicò irritato, definendosi un anarchico «di quelli di cui aver paura ». Sul web Keoma scrisse pure che Sbancor era stato denunciato per aver dato fuoco, in stato di ebbrezza, a cassonetti e auto vicino a via Veneto. Episodio che si concluse con una condanna a un risarcimento per cui Lattanzi si indebitò. «Nella Capitalia Franco era sottodimensionato» sostiene Vitangeli. «Ora in Unicredit si stavano riaprendo spiragli professionali».
Sul come vivesse questa duplice identità (alcuni suoi interventi sono ora su Youtube) si registrano pareri discordanti. «Perché duplice? Non ha mica rifilato bond argentini alle vecchiette» afferma Giacché. «Le analisi in banca le approfondiva, in una cornice ideologica, nel movimento». Per Scarinzi la convivenza con i due mondi lo portava «a periodi depressivi».
Altri amici riconducono lo spleen esistenziale a una tensione letteraria crescente: dopo American Nightmare stava scrivendo un noir su Piazza Fontana. Un’opera incompiuta di Sbancor. Come la sua vita, stroncata da una prematura scomparsa.
PANORAMA 22/5/2008 di FILIPPO NASSETTI