La Luna e la Religione dei Filosofi – estratti

(Pag. 1) La storia che ci accingiamo a raccontare presenta un grosso punto a suo favore: non la conosce nessuno. Harran è la capitale di una sorta di “continente perduto”, una terra che – a differenza della mitica Atlantide –  sembra però sprofondata solo nell’oceano formidabilmente piatto e incolore dell’oblio.

(Pag. 5) L’ uomo – lo qualifichiamo così, anche se forse sarebbe più corretto dirlo un gigante – l’ uomo, dunque, viene da molto lontano con i suoi pochi beni e la sua numerosa famiglia. Non sappiamo la ragione vera che lo ha indotto a mettersi in marcia, né il misterioso impulso che lo incoraggia, adesso, a fermarsi, a piantare la tenda a Harran. Certo è probabile che lui e i suoi parenti siano abbastanza provati dalle fatiche del viaggio se, come sembra, hanno percorso a piedi oltre mille chilometri, alla ricerca di non si sa bene cosa. Ma è pure gente da sempre incline ad un’ esistenza rude e spartana, abituata a muoversi in spazi aperti, vasti, sconfinati; il deserto, la steppa, la pista han servito loro, per generazioni, da casa: sono, infatti, dei nomadi. E invece ecco che per qualche inspiegabile motivo Harran diventa un campo stabile, le tende con il passar del tempo si convertono in abitazioni più solide e confortevoli, vengono al mondo dei bambini mentre per i più vecchi giunge pure l’ora triste e fatidica della dipartita: resa però forse in questo caso meno amara dalla venerabile età – duecentocinque anni! – raggiunta senza batter ciglio dal nonno. Anche chi potrebbe giurare di non aver udito prima d’oggi mai nominare la nostra città, credo ritrovi adesso qualcosa di lei in un cantuccio della memoria, nonostante la forma appena alterata (Charan) con la quale essa ricorre nel testo biblico della Genesi. E’ da questo strano luogo che Terah, il vegliardo, guarda calare mestamente il sole sul suo ultimo giorno. Ed è ancora in questo luogo per tanti versi fuori posto che il patriarca Abramo – che non abbiamo mai cessato di seguire – riceve la benedizione e la solenne promessa del Signore. Ormai Harran si rivela troppo stretta, non basta più; ad Abramo non resta quindi che obbedire al superiore comando impartitogli, scegliendo di nuovo il deserto e la pista in direzione della terra che il suo Dio gli viene vagamente ma fermamente additando.

(Pagg. 41-42) “Come vi è una sola verità, così vi è una sola filosofia. Non vi è nulla di strano, se ci avviciniamo ad essa ora per una via ora per un’altra … Si voglia osservare piuttosto coloro che in ciascuna delle sétte primeggiarono e si troverà che tutte le dottrine sono in accordo. Il dio di Delfi appunto ci ammonisce: ‘Conosci te stesso’;  Eraclito diceva: ‘Io ricercavo me stesso’; Pitagora pure e i suoi seguaci fino a Teofrasto prescrivono per quanto si può di assimilarsi agli dèi e così pure Aristotele”.

La comunità bella e atemporale dei filosofi. La Religione dei Filosofi. Ecco a che cosa sta pensando veramente Giuliano, e con lui tutti gli altri innumerevoli figli della Grande Madre neoplatonica. Nulla vieta di giudicare una simile angolatura prospettica come il vaneggiante prodotto di una sterile erudizione, come il frutto bacato di uno spirito assorbito per intero da estenuanti esercitazioni scolastiche volte a ricomporre con fatica i pezzi di un passato mai esistito nella realtà e perciò tanto più idealizzato. Eclettismo. Stanchezza … Con le poche forze rimaste si ergono argini, barriere; si prende posto spossati in trincea pronti comunque a tenere duro, a vender cara la pelle. Sono loro, quelli come Giuliano, i soldati del mondo che si sfascia e se ne va senza clamori, i perdenti; ed è per questo che gli vogliamo bene.

Vale forse la pena di rimarcare come prima di andare a gettarsi – e a morire – in quella pazzesca impresa militare in Iran vietata alla speranza, l’Apostata abbia voluto trascorrere alcuni giorni a Harran per i preparativi finali. Se non si trattasse dell’ultimo imperatore pagano sarebbe magari una circostanza alla quale non baderemmo più di tanto. Ma per Giuliano è diverso. Lui sapeva, sentiva che lì c’era una casa, un asilo, non tanto per lui che li desiderava solo con il cuore, quanto per gli altri che sarebbero venuti dopo e che ne avrebbero avuto bisogno davvero. Avevamo perso di vista i sette platonici di Atene, li avevamo abbandonati – ricordate? – sulla strada di partenza dalla Persia, in procinto di fare ritorno in patria. Scelta d’altronde obbligata da parte nostra, dato che le fonti storiche non ci assistono oltre, lasciandoci appena intravedere il lungo viaggio in senso inverso che la comitiva condusse unita e compatta fino alla frontiera bizantina. Ma che cosa accadde poi, una volta scavalcato il confine? Dove mai si diressero e fissarono la propria dimora gli ultimi, sfortunati epigoni della gloriosa corrente di pensiero tramandata per quasi dieci secoli dall’Accademia?

(Pagg. 57-58) Gli dèi, le intelligenze angeliche, sono i gradini della scala sublime gettata come un arcobaleno fra la terra e il cielo; sono loro le Guide, gli Intermediari fra il mondo di quaggiù e la divinità suprema verso cui hanno il compito amorevole di indirizzarci. Per questo i Sabei non credono ai profeti, non nel senso tradizionale della parola almeno. Essendo degli uomini, i profeti sono infatti creature forgiate anch’esse nella carne, e composte quindi parzialmente di tenebre: come potrebbero mai fungere da tramite con il “Signore dei Signori”, con il Dio cosmico delle abissali lontananze, silenzioso e nascosto? No, occorrono entità superiori e costituzionalmente differenti da un essere umano per questo. Le Persone cui è affidata la pietosa missione di prendere l’uomo per mano e di assisterlo, i Mediatori, ignorano le brutture e la corruttibilità della materia: figure serenamente luminose, hanno corpi di cristallo sottili, leggeri, translucidi, risplendenti. Hanno corpi astrali.

La devozione dei Sabei per i sette pianeti trova qui la sua più intima ragion d’essere. Gli astri sono i Templi celesti delle potenze angeliche che vi dimorano e li governano, un po’ come nell’uomo lo spirito – ma è soltanto un paragone sommario – è unito alla sostanza corporea e ne dirige i gesti e i movimenti.

(Pag. 60) Gli Harraniani godevano fama di maghi presso gli altri abitanti della provincia già parecchi secoli prima che le loro gesta inquietanti e leggendarie avessero risonanza per il mondo intero grazie all’entrata in circolazione e allo straordinario successo del “romanzo sincretistico dei Sabei”. Un’aria cupa e minacciosa di mistero gravava da sempre sulla città, ispirando sentimenti di riverente timore quando non addirittura di paura incontrollata in molti dei forestieri che vi venivano in contatto. A prestar credito alle testimonianze degli scrittori cristiani d’Oriente – soprattutto della vicina Edessa – Harran era la sede del demonio per eccellenza, un centro inguaribilmente “afflitto dalla piaga dell’idolatria” dove si consumavano d’abitudine pratiche innominabili e immonde.