Sabei e Sabini: Materiali per la rilettura di un mito alle origini della storia di Roma – estratto

Nato a Girgenti intorno alla metà del ‘400, Raimondo Guglielmo Moncada dette presto segno di voler seguire le orme del padre, un rabbino di origine arabo-spagnola, attingendo avidamente alla sua vasta biblioteca e impadronendosi precocemente di un sapere ampio e articolato. Nel 1470 cade la sua conversione al cattolicesimo; alcuni anni dopo lo troviamo a Roma, dove risiede per diversi anni guadagnandosi la stima del futuro pontefice Innocenzo VIII (soprattutto per le sue conoscenze nell’ambito della letteratura cabalistica), il quale gli assegna anche una cattedra di teologia alla Sapienza. Un inquietante episodio viene però a turbare improvvisamente il suo soggiorno nella città dei Papi, costringendolo a cercare riparo all’estero, in Germania. Molto si è congetturato intorno alle effettive ragioni di questa improvvisa partenza, che per molti aspetti somiglia a una fuga precipitosa: la tesi più comunemente accettata è che Moncada sia rimasto coinvolto in un drammatico fatto di sangue; qualcuno pretende addirittura che si sia trattato di un assassinio su commissione! I particolari di questa torbida vicenda ci sfuggono, ma già solo il sospetto di aver a che fare con una sorta di sicario di professione contribuisce ad alimentare l’alone di leggenda e di ambiguo fascino che avvolge senza dubbio il personaggio.

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A richiamare l’erudito ebreo nel 1486 di nuovo in Italia è nientemeno che Pico della Mirandola, il quale lo vuole vicino a sé a Perugia e in seguito a Fratta, proprio in virtù delle specifiche conoscenze tecniche che gli consentivano di dominare in egual misura l’Arabo, l’Ebraico o l’Aramaico, di sapersi muovere quindi con disinvoltura lungo gli impervi sentieri dell’esegesi biblica e coranica, e di spingersi ad esplorare in aggiunta i riposti e temibili segreti della Cabala. Fu così, in veste cioè di maestro di lingue semitiche e di cabalista esperto, che Moncada entrò a far parte della cerchia di dotti che si riuniva allora regolarmente attorno a Pico alimentando un animato dibattito intorno a temi filosofici e dottrinari di carattere interreligioso. Oltre a introdurre il suo straordinario allievo agli ineffabili misteri del Numero, Mitridate provvederà pure a fornirgli una copia integrale del Corano arabo, trascritto, cosa non insolita nell’area mediterranea a quel tempo, in caratteri ebraici. Piemontese, che ha studiato a fondo questo manoscritto appartenente alla biblioteca privata di Pico, ritiene di poter attribuire con certezza la grafia con cui è stata redatta almeno una delle fitte serie di glosse e integrazioni critiche che accompagnano il testo (sono riconoscibili, secondo Piemontese, ben quattro mani diverse) alla penna dello stesso Moncada.

Non manca di richiamare perciò tutta la nostra attenzione, visti il calibro e l’indiscutibile autorevolezza del personaggio, la singolare nota interlineare che scorgiamo al versetto 17 della Sura XXII in corrispondenza del nome arabo Sàbi’yyn, appena al di sopra di esso: Sabini! Quale credito dare a questa segnalazione che ha davvero dell’incredibile? Perché Mitridate non ha utilizzato anche in questo caso la perifrasi qui patientes fuerunt impiegata in precedenza a Urbino? E’ mai possibile che l’antico popolo italico dei Sabini abbia una qualche recondita connessione con l’enigmatico gruppo religioso dei Sabei, a dispetto di ogni evidenza finora disponibile? Si può sostenere, in altri termini, l’ipotesi che esistano tracce dei Sabei indipendenti dal Corano e, soprattutto, ad esso cronologicamente antecedenti? E’ quanto cercheremo di scoprire nel corso di questo nostro lavoro.